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Walter Maucci

Sono passati molti anni dall'agosto del 1995 quando, nella lontana isola del Borneo, è avvenuta la scomparsa dello speleologo triestino Walter Maucci. La notizia, allora, è passata pressoché in sordina, quasi come logica continuazione di quel silenzio che si era creato negli ultimi 25 anni attorno alla figura di questo importante ricercatore, ma il peso che questo studioso ha avuto nell'ambito della speleologia mondiale rende doveroso tracciare un suo ricordo per le attuali generazioni.
Nato a Vienna il 30 agosto 1922, Walter Maucci inizia, nel 1939, la sua attività speleologica nella Commissione Grotte dell'Alpina delle Giulie. Già in questi primi anni unisce all'attività esplorativa un'innata curiosità, che lo spinge ben presto alla ricerca dei meccanismi che hanno portato alla genesi delle grotte che sta visitando. Si laurea quindi a Torino con una tesi sul carsismo ed al 2° Congresso Nazionale di Asiago, nel 1948, presenta un suo studio sull'abisso di Opicina Campagna, primo contributo di una lunga serie di lavori rivolti ad una maggiore conoscenza del sottosuolo carsico triestino. Milita nella Commissione Grotte fino al 1951, ma già nel dicembre 1950 diventa uno fra i principali promotori della costituzione, in seno alla Società Adriatica di Scienze Naturali, di una Sezione Speleologica (in seguito Geo-speleologica). 
La sua concezione della speleologia si rivela fin dall'inizio estremamente chiara ed intransigente: essa deve rappresentare la fusione fra la ricerca ad alto livello e l'esplorazione estrema. Questa sua idea traspare chiaramente nell'articolo intitolato “Sezione Geo-speleologica della Società Adriatica di Scienze. Dieci anni di attività. 1951/1960” (pubblicato in: Bollettino della Società Adriatica di Scienze, Trieste, Vol. LI, 1960). Quando si accenna alle motivazioni che hanno portato alla nascita della Sezione, si precisa infatti: “Per molti decenni la speleologia triestina aveva mantenuto una posizione di preminenza in campo mondiale. Ma erano i tempi in cui la speleologia, ancora ai suoi primi passi, stava appena iniziando ad affermare la sua dignità di disciplina scientifica. […] Ma negli anni più recenti, ed in particolar modo nel dopo guerra, il graduale e sempre maggiore affermarsi di un indirizzo scientifico nella speleologia non trovò adeguato sviluppo presso di noi”. Quindi “[…] la speleologia triestina venne trovarsi a poco a poco pressoché avulsa anche dal generale slancio di rinnovamento della speleologia italiana del dopoguerra, movimento che trovò in primo piano i lombardi”. Per questi motivi la Sezione si propone “[…] un programma ispirato soprattutto al proposito di sviluppare una seria ricerca scientifica, senza rinunciare alla tradizionale perizia tecnica che è vanto della speleologia triestina. Arrivare insomma ad una feconda sintesi fra l'ardita esplorazione tecnicamente difficile e la razionale indagine dei problemi del sottosuolo carsico”.
E` proprio sulla base di questi principi che Maucci porta avanti la sua ricca attività speleologica, fondendo strettamente ricerca ed esplorazione. Comincia in questo periodo a prendere forma anche la sua teoria sulla formazione delle cavità carsiche, tanto originale ed innovativa, che pubblica nel 1952 con il titolo “Ipotesi dell'erosione inversa come contributo allo studio della speleogenesi”. Ma assieme all'immagine di studioso prende consistenza, in quegli stessi anni, anche la sua figura di valente esploratore.
Nel 1952, la Sezione Geo-speleologica della Società Adriatica di Scienze Naturali avvia le operazioni per il forzamento del sifone di entrata dell'Abisso di Trebiciano (n° 17 VG). Si tratta di un'esplorazione subacquea che non ha alcun paragone con quelle dello stesso periodo, trattandosi di un sifone situato non in superficie, bensì sul fondo di un abisso ad andamento prevalentemente verticale, a 329 metri di profondità. I preparativi impegnano gli uomini della Sezione dal marzo all'ottobre del 1952, mentre l'esplorazione subacquea vera e propria si svolge nel periodo luglio-agosto 1953. Maucci è l'uomo di punta di questa impresa e, assieme a Steno Bartoli, supera il sifone e raggiunge il seguente lago Boegan. In un suo manoscritto ancora inedito, viene riportata l'attenta cronistoria di tutti gli avvenimenti che hanno permesso il superamento del sifone e da queste pagine traspaiono non solo le difficoltà oggettive di tale impresa, ma anche la forza e l'entusiasmo che Maucci dedica alla riuscita del progetto. Durante le immersioni non sono mancati momenti drammatici e di difficoltà, che in qualche caso lo hanno coinvolto direttamente.
Ad esempio, durante la fase di ritorno dopo il primo superamento del sifone, si spezza la sagola che collega Maucci ai suoi compagni. Privo di guida s'infila in diramazioni secondarie e questi sono stati i suoi pensieri, così come direttamente trascritti nel manoscritto: “Evidentemente quel corridoio sommerso che avevo fiduciosamente seguito, anziché portarmi in salvo – ed io non ne avevo minimamente dubitato – mi aveva condotto in un meandro sconosciuto. […] Tolsi la maschera e cercai di orientarmi. A due metri circa sott'acqua, si apriva una stretta galleria, che in qualche punto doveva diramarsi verso il lago Boegan da una parte, verso la caverna Lindner, dall'altra. Si trattava dunque di trovare la diramazione giusta. Il problema era tutto lì … Ma come trovare questa diramazione, come individuarla in quel labirinto di fenditure tutte maledettamente uguali, dove, anche se dei segni riconoscibili ci fossero, sarebbero spariti nella opacità inesorabile di quel torbidume che l'occhio era impotente a penetrare? Come trovare la strada, quando era necessario procedere a tastoni, ciecamente, in un mondo senza forma, senza direzione, senza suono …?.”
Ma anche le difficoltà legate al superamento del sifone sono superate di slancio e con pieno successo. L'attività esplorativa di Maucci continua quindi ad altissimi livelli. Nel periodo 1952-54 esplora la Spuga della Preta (Monti Lessini) ed avvia studi su alcune grotte appenniniche (di Acquasanta e delle Tassare). Nel 1956, assieme al romano Giorgio Pasquini, rappresenta l'Italia nella spedizione internazionale al Gouffre Berger: in quell'occasione ha modo di studiare l'evoluzione del sistema ipogeo della grotta più fonda del mondo. Nel 1959 diventa infine “libero docente di speleologia”.
Notevole, inoltre, è stata la sua partecipazione all'attività della Società Speleologica Italiana, nella quale ha rivestito varie cariche dal 1955 al 1975. Attivo nel periodo 1939-1970, abbandona improvvisamente e completamente lo studio del fenomeno carsico dedicandosi, dall'anno 1986, allo studio dei tardigradi diventandone, in brevissimo tempo, un esperto a livello internazionale.
Maucci è stato quindi un personaggio che ha ottenuto consensi a livello internazionale e che, in un periodo ben preciso della storia speleologica nazionale, è diventato riferimento stimato in tutti gli ambienti scientifici. Propugnatore di una “speleologia comparata e sistematica”, è stato forse proprio a Trieste a non essere compreso pienamente. La sua figura di speleologo studioso ed esploratore (ed a volte intollerante) non è stata sempre apprezzata, infatti, in un ambiente dove regnava, e parzialmente regna tuttora, anche la figura del grottista romantico e “scanzonato”. Forse non sono state gradite da qualcuno nemmeno le sue iniziative relative al Catasto Grotte della Venezia Giulia, che hanno portato ad uno scontro diretto fra Società Adriatica di Scienze Naturali ed Alpina delle Giulie (negli anni '50) per la tenuta di tale istituzione. Nonostante questo, il grande merito di Maucci è stato quello di riscattare la speleologia triestina che, dopo la scomparsa di Eugenio Boegan, non era riuscita più ad esprimersi ai massimi livelli.
Professore di scienze naturali, grande comunicatore, studioso ed esploratore, personaggio di importanza mondiale, scienziato più apprezzato altrove che nella sua città adottiva, Maucci ha quindi portato Trieste ai vertici della speleologia italiana. Il fatto che oggi siamo forse più conosciuti per il “gran-pampel” che per l'attività svolta, dovrebbe farci sorgere qualche dubbio e spronarci ad un rinnovato impegno.


Il testo sopra riportato, di Paolo Guglia, è stato pubblicato su "Speleologia", rivista della Società              Speleologica Italiana (n° 38, anno IXX, settembre 1998, pag. 107).

Visualizza la pagina dedicata all'Operazione Corsaro, progetto esplorativo che ha portato - negli anni     1952/1953 - al superamento del sifone di entrata del fiume Timavo sul fondo dell'Abisso di Trebiciano.