Allestimenti interni (2° parte)
Sesto allestimento: 1912-13, Ufficio Idrotecnico Comunale.
Dopo un lungo periodo di chiusura dovuto a cause precauzionali (il 21 dicembre erano crollati tre terrazzini, fortunatamente senza danni per le persone), l'Ufficio Idrotecnico Comunale rilevò la grotta stipulando un contratto di affittanza di 10 anni con il proprietario del fondo. Arrivarono dei finanziamenti approvati dalla Giunta municipale e si diede inizio ai grandi lavori di ristrutturazione degli impianti fissi che vedranno impegnati dal 5 ottobre 1912 al 21 gennaio 1913 gli operai Enrico Pedrelli, Ermanno Stichler e Amedeo Venturi, assieme al maestro falegname Antonio Miotto. Si trattò di un'opera grandiosa, mai tentata a Trebiciano, che costò più di 50.000 corone (all'epoca un operaio salariato guadagnava circa 60 centesimi all'ora) e che permise i grandi esperimenti di idrologia sotterranea del Timeus e del Boegan, che potè avvalersi dei dati raccolti in osservazioni giornaliere fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Tutte le scale del 1894 vennero asportate e sostituite con delle altre in legno scelto (pitchpine) trattato con una soluzione di solfato di rame al 2% e spalmato di carbonileo per resistere meglio all'umidità.In tutto vennero installate 69 scale fissate su terrazzini lignei ( 5 centimetri di spessore) poggianti su solide putrelle trasversali in ferro massiccio, fissate nella roccia a circa 3,70 metri l'una dall'altra.
La "Ferrata Adriatica" (1975-90).
In quest'ultimo dopoguerra
la
cavità fu rilevata
dalla Sezione
Geo-speleologica della Società Adriatica di Scienze che
tentò, per
quanto possibile, il mantenimento delle strutture del 1913. Quando il
degrado delle vecchie scale di legno e l'accumulo dei detriti
raggiunsero livelli tali da impedire quasi la discesa lungo i pozzi, la
Società Adriatica iniziò, nel 1975, la completa
bonifica
dell'abisso. L'opera, che durò
due anni, fu decisiva ed essenziale per poter pensare ad un nuovo
allestimento, il settimo. Grazie alla volontà del socio E.
Pichl
vennero riportati alla luce i
vecchi gradini di cemento nei cunicoli quasi del tutto ostruiti da
diversi metri cubi di fango e legname, si demolirono metro dopo metro i
terrazzini e le scale pericolanti, si spostarono massi instabili e si
riadattarono i sentieri di raccordo fra pozzo e pozzo. Dopo lo sgombero
del materiale si poterono installare le prime scale metalliche fisse
nel tratto dalla superficie alla prima caverna a - 47 m , dove venne
attrezzata una stazione di osservazione del Proteus Anguinus Laurenti.
Nel 1977, anno in cui venne forzato dai nostri speleosub il sifone di
entrata del fiume Timavo, la situazione era decisamente migliorata per
l'utilizzo di scalette speleo in cavo d'acciaio nella parte profonda
della cavità e la discesa dei pozzi avveniva senza grossi
intralci se
non la fatica della lunga risalita. In seguito, con le nuove tecniche
di progressione su sola corda, i
tempi di discesa e di risalita si allungarono più del
normale, per la
necessità di "frazionare" e deviare la corda dalle decine di
putrelle
metalliche che attraversano ogni pozzo. Aggiungendo a questo ulteriori
smottamenti dei muretti di contenimento, l'accumulo di massi e
materiali vari nei cunicoli e la presenza di detriti instabili
all'imboccatura dei pozzi, la visita dell'abisso di Trebiciano, un
tempo facile meta di escursionisti, era però oramai
riservata agli
speleologi esperti. Negli anni seguenti i lavori proseguirono con
l'installazione di scale
metalliche fisse fino alla quota di - 77 m , nella caverna dove la
passerella orizzontale ("ponte del brivido"), ancora
realizzata in
legno, fu in parte ristrutturata. Vari fattori, tra cui la
profondità di lavoro, la scarsità dei
finanziamenti e la ricerca di nuovi obiettivi da parte dei soci, resero
statica la situazione sino alla fine del 1986, salvo sporadici
interventi di manutenzione.
La ripresa dei lavori fu agevolata dalla collaborazione dei soci E. ed A. Halupca con l'editore B. Fachin che, sensibilizzato al progetto, sponsorizzò l'acquisto di 50 m di nuove scale. Si rese così necessario sia eseguire una nuova misurazione nei pozzi delle distanze tra le vecchie putrelle metalliche, ideale e ancora solido punto di ancoraggio, sia studiare e progettare il nuovo tracciato che la via ferrata avrebbe dovuto seguire. Si giunse così alla conclusione che la costruzione di scale su misura sarebbe stata estremamente costosa e laboriosa. Il problema venne risolto dal titolare della ditta Nordorientale Macchine di Monfalcone, M. Bon, che assieme al socio G. Crevatin mise a punto un sistema modulare di scale metalliche zincate, smontabili, ed un sistema di staffe di ancoraggio regolabili. Nel febbraio 1987, in un mese appena, il trasporto ed il montaggio delle scale fu ultimato, dimostrando così la validità del sistema. Si giunse così a metà del pozzo più profondo (53 m), situato nella parte mediana dell'abisso. I risultati ottenuti spinsero a proseguire al più presto e grazie alla sponsorizzazione del negozio "Avventura", all'aiuto finanziario del dott. M. Stock ed ai fondi della Società, fu possibile ordinare tutto il materiale necessario (7,5 quintali) al raggiungimento del fondo della grotta. Una meticolosa preparazione della manovra e lo sforzo congiunto di una trentina di soci permisero di trasportare in una sola giornata tutte le scale rimanenti dalla superficie alla loro destinazione finale, tra la metà del "pozzo 53" e la caverna Lindner. Il montaggio fu effettuato, nei due mesi successivi, da pochi soci oramai specializzati in tali lavori e, prima di Natale, l'ultima scala sprofondò nella sabbia dell'ampia caverna terminale. L'allestimento della via "Ferrata Adriatica" era così concluso e le nuove lucenti scale metalliche si affiancavano, nell'ultimo pozzo, alle uniche scale lignee rimaste ancora intatte. Lunghi e non gratificanti lavori di rifinitura impegnarono in seguito pochi volonterosi, ed una meticolosa operazione di pulizia, bonifica e riassetto dei sentieri si rese necessaria per rendere presentabile la cavità ai futuri visitatori. La comodità di accesso e di lavoro nell'abisso, paragonabile a quella esistente nel 1913, è ora di grande aiuto non solo per un eventuale "escursionismo speleologico", ma anche per l'avvio di nuovi studi, ricerche ed esplorazioni idrogeologiche nella cavità.
Aspetti tecnici della "Ferrata Adriatica".
L'abisso di Trebiciano è una cavità che, nel tratto compreso fra l'ingresso e la caverna Lindner, presenta un andamento prevalentemente verticale ed è formata da un susseguirsi di pozzi più o meno profondi, intercalati da brevi gallerie sub-orizzontali di raccordo. Se escludiamo la "cavernetta dei protei" a - 47 m e la caverna del "ponte del brivido" a - 77 m , per scendere a 273 m di profondità lo sviluppo percorso in pianta non supera i 130 m . Risulta chiaro da questi dati che la costruzione di una via attrezzata di discesa presenta dei problemi tecnici legati al superamento di questi dislivelli verticali, che devono venir muniti di apposite strutture per facilitarne la discesa. Queste ultime devono risultare inoltre sicure, comode e durature nel tempo. Le precedenti realizzazioni hanno adottato strutture in legno "pitchpine", ed hanno visto la costruzione di apposite scale a pioli e di una serie di terrazzini orizzontali che occupavano tutta la sezione dei pozzi. La "Ferrata Adriatica" è stata invece realizzata con strutture in acciaio (di grande resistenza, seppure di dimensioni contenute), trattate con opportuni procedimenti di zincatura a caldo. Le strutture verticali (scale) e quelle orizzontali (terrazzini) sono state rese solidali alle vecchie putrelle trasversali già esistenti in loco che, controllate nella loro resistenza e nel loro fissaggio alle pareti, hanno tutt'oggi fornito margini di solidità e sicurezza più che accettabili. Le scale sono state realizzate secondo principi di modularità e flessibilità, in quanto queste dovevano necessariamente adattarsi alle particolarità di ogni singolo pozzo, pur presentando dimensioni tali da permettere una facile trasportabilità in loco. Il problema è stato risolto con l'adozione di apposite scale scomponibili, formate da due montanti laterali lunghi 2 m e da scalini a sezione rotonda ed estremità filettate. Il fissaggio fra più segmenti di scala è stato ottenuto con staffe di raccordo, montate con bulloni in fori appositamente predisposti. I terrazzini sono stati realizzati con pannelli modulari in lamiera zincata, forati per l'alleggerimento dei pesi e di dimensioni standard (cm 170 x 50). Per il fissaggio alle putrelle sono state impiegate apposite staffe munite di tiranti filettati. Le scale presenti nei pozzi verticali sono ora affiancate da un cavo d'acciaio, fissato ad intervalli regolari, in modo da permettere l'utilizzo di tecniche d'autosicura agli speleologi che vi transitano.


