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Speleovivarium Erwin Pichl: da un'idea una realtà

A cura di Erwin Pichl e Roberto Ferrari


Dietro la spinta del Direttore del Museo Civico di Storia Naturale ed altri studiosi ed appassionati, nel 1989 iniziarono i lavori di adattamento della galleria, che originariamente ospitava solamente alcune grandi vasche in cemento in cui si era iniziato l’allevamento del Proteus anguinus, e che si sarebbe trasformata in quello che è oggi lo Speleovivarium, museo didattico dedicato alla speleobiologia ed alla speleologia. 

Nel 1995 è stato ottenuto, con grande soddisfazione, il riconoscimento quale Museo Minore dalla Regione Aut. Friuli Venezia Giulia. Ogni anno vengono aggiunte nuove sezioni e sale, ampliando gli argomenti trattati, le collezioni e gli animali ospitati. Nel corso degli anni è stata data un’impostazione logica alla sequenza degli ambienti, cercando di dare al visitatore un filo logico da seguire. 

Mentre per il profano dell’ambiente sotterraneo, entrare in una grotta può rappresentare un mistero ed un’incognita, per la maggior parte dei frequentatori dell’ambiente ipogeo, l’esplorazione delle grotte è quasi sempre sinonimo di attività fisica mirata al raggiungimento di obiettivi quali record di profondità o di sviluppo, mediante tecniche che richiedono una particolare preparazione fisico-atletica, psicologica e morale: molte volte il solo sospetto, o l’intuizione di poter raggiungere la massima profondità o di poter percorrere nuove diramazioni, porta a notevoli sacrifici di adattamento, per lo svolgimento dell’intensa attività fisica richiesta in ambienti particolarmente ostici quali pozzi, gallerie, cunicoli, meandri, strettoie, spesso collegate da fiumi, laghi, sifoni, cascate. Questa attività principalmente sportiva, che generalmente contraddistingue comunque la prima fase di formazione di qualsiasi speleologo, può evolversi ed ampliarsi successivamente in un’attività preminentemente dedicata all’esplorazione scientifica e naturalistica dell’ambiente sotterraneo nei suoi molteplici aspetti: il rilievo topografico e fotografico, lo schema geologico e geomorfologico, lo studio delle forme di vita presenti sono attività che richiedono, oltre alle collaudate e già acquisite capacità tecnico-sportive, quelle peculiari delle singole discipline. Capita poi che questa evoluzione soggettiva porti a considerare di preminente importanza qualcuna di queste attività collaterali, con la conseguente considerazione che l’esplorazione sotterranea sia solamente il mezzo per poter accedere a studi più approfonditi di tali fenomeni.

Tra queste attività scientifico-naturalistiche che possono essere svolte nell’ambiente ipogeo, la Biospeologia (deformazione accettata e di uso corrente del più esatto termine Biospeleologia), che a sua volta coinvolge altre discipline quali ad esempio Biogeografia, Ecologia, Etologia, è senz’altro quella che tra le altre più affascina il profano e più colpisce l’immaginario collettivo. Il Proteo (Proteus anguinus) è un Anfibio Urodelo tipicamente troglobio, presente, ma raro, in alcune cavità del Carso Triestino, delle aree carsiche slovene e di quelle dell’entroterra dalmato; esclusivamente acquatico e sensibile alle variazioni ambientali, minacciato sia dall’inquinamento delle acque sotterranee e dalla conseguente inevitabile alterazione dei delicatissimi ecosistemi ipogei, a causa della crescente pressione antropica con la conseguente espansione delle aree urbanizzate ed industrializzate in prossimità dell’areale di diffusione della specie, sia da catture indiscriminate a scopo di lucro (nel 1949 l’allora Jugoslavia emanò a tale proposito una rigida normativa di tutela che però tuttora non trova riscontro in analoghi provvedimenti da parte italiana), fece emergere, nella seconda metà degli anni ’70, l’esigenza di un programma per la sua tutela; questa necessità assieme a quella di poter allevare e riprodurre il Proteo in cattività con il duplice scopo sia di poter disporre di dati scientifici precisi sulla sua biologia, in quanto ricavati dall’osservazione diretta, sia di poter contare sulle disponibilità di individui da poter reintrodurre in alcune cavità, furono subito accomunate in un unico ideale progetto per la realizzazione del quale sarebbe stato però necessario il reperimento di un idoneo ambiente onde poter ricreare le indispensabili condizioni ottimali. Uno dei primi tentativi, se non il primo in assoluto, fu effettuato agli inizi degli anni ’80 e relativo all’immissione di alcuni esemplari in vasche appositamente allestite in una cavernetta sita a quota -50 m. circa, nella Grotta di Trebiciano (17 VG), la più profonda cavità del Carso triestino, sul fondo della quale, a -350 m. scorre il fiume Timavo; la cavità fu scelta in relazione al fatto che, gestita dalla Società Adriatica di Speleologia, presentava, tra gli altri, due principali vantaggi: quello di essere chiusa a visite incontrollate, che avrebbero potuto compromettere il delicato e vulnerabile biotopo ricostruito, e quello di essere soggetta a lavori (completati nel 1992) per il ripristino delle attrezzature fisse di discesa che allora raggiungevano circa la quota della cavernetta stessa (poi denominata “Caverna dei Protei”), così da permetterne facilmente l’accesso e contemporaneamente facilitando enormemente le necessarie operazioni di manutenzione delle vasche che, realizzate con materiali naturali reperiti in loco, quali pietre ed argilla, erano alimentate dall’acqua di percolazione della volta, opportunamente captata. Sebbene inserita in un contesto paranaturale, questa sistemazione si rivelò non sufficientemente soddisfacente, sia per il limitato spazio a disposizione, sia per la pressione antropica che nonostante il filtro costituito dalla possibilità di controllo e programmazione dell’accesso, pur tuttavia non garantiva sufficiente tranquillità, sia perché tutto sommato il Proteo rimaneva comunque troppo inaccessibile per una corretta sua conoscenza da parte dell’opinione pubblica; in breve, il paradosso era rappresentato dal fatto che il sito era troppo disturbato per poter dare buoni risultati relativamente all’osservazione ed all’eventuale riproduzione, mentre era troppo isolato ed inaccessibile per poter essere di utilità relativamente alla conoscenza, e di conseguenza alla sensibilizzazione al grande pubblico.

La duplice problematica relativa all’ottimale sistemazione necessaria era finalmente chiara: affinché il progetto potesse essere realizzato con successo era necessario raggiungere due condizioni, la prima delle quali relativa al reperimento di un ambiente il più vicino possibile a quello naturale, caratterizzato da assoluta tranquillità ma comodo per la manutenzione, la seconda delle quali relativa alla possibilità di disporre di un sito dove poter esporre alcuni esemplari al pubblico, per la conoscenza e la successiva sensibilizzazione. Fu così che varie altre possibili soluzioni furono prese in considerazione e tra queste quella di adattare allo scopo le cantine di una vecchia costruzione in zona carsica, scartata per motivi economici, e quella di inserire le attrezzature nell’ambito del Progetto del Parco del Timavo, abbandonata per la mancata realizzazione di quest’ultimo. Non mancò in questo periodo la divulgazione della nascente problematica relativa alla conoscenza ed alla tutela del Proteo, attraverso pubblicazioni e convegni speleologici e naturalistici. La situazione di stallo relativa alla realizzazione dell’idea originaria con la strutturazione e la sistemazione delle attrezzature, fu finalmente superata allorquando fu presa in esame la possibilità di adattare all’uopo un vecchio rifugio antiaereo abbandonato, situato nel centro di Trieste, costituito da una galleria artificiale.

I parametri fisici dell’ambiente, quali temperatura, umidità, isolamento dall’ambiente esterno e loro stabilità, si presentarono subito incredibilmente simili a quelli caratteristici delle cavità naturali, cosicchè si procedette all’acquisizione del complesso, alla bonifica ed al rilievo, in base al quale risultò uno sviluppo orizzontale complessivo di circa 600 m. Iniziò così la sistemazione vera e propria della parte iniziale della galleria che fu suddivisa in due parti: la prima, allora denominata Centro Visite, comprendente le strutture necessarie all’esposizione della fauna ipogea del Carso triestino, ospitata in acquari, paludari e terrari dotati della più moderna attrezzatura tecnica fornita dall’acquariologia e terrariologia hobbistica, sarebbe stata fruibile da parte del pubblico che in tal modo poteva essere informato e sensibilizzato sull’argomento e sulle problematiche ad esso legate; la seconda protetta ed isolata, destinata all’allevamento del Proteo, inizialmente denominata Stazione Biologica, attrezzata con ampie vasche dotate di un efficace sistema di pompaggio e filtraggio dell’acqua, avrebbe garantito la stabilità dei parametri necessari allo scopo.

Nel Gennaio 1990 fu possibile aprire al pubblico questa struttura ed il subitaneo successo riscontrato, unito alla grande disponibilità di spazio, fu di stimolo all’espansione del settore espositivo che, in continua evoluzione da allora, è attualmente costituito, oltre che dai primi nuclei dedicati alla Biospeleologia ed alla Speleobotanica, comunque ampliati e rimodernati, anche da esposizioni relative ai fenomeni abiologici della realtà carsica in generale, ma in particolare di quella del Carso Triestino, che riguardano Geologia (formazione e caratteristiche delle rocce che costituiscono gli ambienti carsici, cenni di Idrogeologia Carsica), Mineralogia (minerali rinvenibili in aree carsiche), Paleontologia (fossili vegetali ed animali relativi al Carso Triestino e zone limitrofe, della successione stratigrafica compresa tra il Cretaceo inferiore e l’Eocene medio ed al Pleistocene), Geomorfologia (forme epigee ed ipogee), storia della speleologia (soprattutto locale), storia delle esplorazioni di alcune cavità tra le più celebri del Carso Triestino), attrezzatura speleologica (dagli inizi ad oggi, con alcuni reperti “storici”), speleologia urbana (nascita, storia, scopi, reperti), Iconografia Speleologica (raccolta di vecchie stampe sul tema); ogni settore espositivo è completato con originali pannelli esplicativi realizzati con il supporto di disegni, fotografie e didascalie e la parte tuttora fruibile si completa con una sala conferenze, capace di una cinquantina di posti a sedere, dotata di moderne apparecchiature per la proiezione in dissolvenza incrociata di diapositive e di videoproiezione.

Con l'anno 2013, la struttura didattico/museale di via Reni prende ufficialmente la denominazione di

SPELEOVIVARIUM ERWIN PICHL.