La
storia geologica del Carso triestino
A cura di Roberto Ferrari
Il Carso triestino presenta confini determinati da situazioni geologiche che permettono di identificarlo come l’area limitata a N e NE dalla sinclinale del Vipava/Vipacco, a S e SE dalla sinclinale della Val Rosandra e del Reka (Timavo superiore), a SW dal Golfo di Trieste e dalla Formazione del Flysch, ed a NW dalla pianura alluvionale dell’Isonzo. L’aspetto di questa regione, così come si presenta oggi, è il risultato di una lenta ma continua evoluzione morfologica che ha interessato le rocce carbonatiche che la costituiscono e che a sua volta è conseguente all’origine ed alla composizione delle rocce stesse, ed alle vicissitudini geologiche che queste hanno subito nel corso del tempo. Il Carso triestino è costituito da rocce sedimentarie carbonatiche (prevalentemente calcari, calcari dolomitici e dolomie) di origine marina, derivate in massima parte dall’accumulo di resti scheletrici di organismi marini o da prodotti della loro attività biologica (biocostruzioni), depositatisi in un mare poco profondo e dalle caratteristiche generalmente simili a quelle attualmente riscontrabili in analoghi ambienti tropicali, nel lasso di tempo compreso tra il Cretaceo inferiore e l’Eocene medio. Pur permanendo, in linea generale, questa condizione di ambiente marino, numerosi sono stati i fattori (fenomeni di subsidenza, pulsazioni tettoniche, variazioni eustatiche) che hanno contribuito, nel tempo, a variarne le caratteristiche fisiche: l’area, in tal modo, si evolvette presentando, talvolta con carattere ripetitivo e/o ciclico, le caratteristiche tipiche di biotopi marini diversi (lagunare, scogliera, mare aperto). Ciò contribuì a determinare la ricchezza e varietà delle forme viventi, molte delle quali oggi conservate allo stato fossile e rinvenibili negli strati affioranti. La grande potenza raggiunta dalla lenta ma continua sedimentazione è stata resa possibile dal contemporaneo graduale abbassamento del fondale marino (subsidenza) a causa del peso del materiale che andava depositandosi. Successivamente a questa fase di prevalente dominio marino, l’area fu interessata da movimenti di sollevamento collegati alle spinte provocate dall’Orogenesi Alpina e le cui cause sono da ricercare nei movimenti reciproci tra zolle continentali contigue. Questo fenomeno, iniziatosi nel Triassico e tuttora non conclusosi, si verificò con momenti di maggiore intensità ed effetti durante l’Oligocene ed il Miocene, determinando le caratteristiche strutturali dell’area, sia in forme macroscopiche (Anticlinale del Carso, faglie) sia in quelle a scala più piccola (fratture), che interessarono la compagine rocciosa calcarea influenzando i fenomeni di carsismo epigeo ed ipogeo che cominciavano a manifestarsi successivamente all’emersione dell’area. Determinante per l’evoluzione dei fenomeni carsici fu la scomparsa della coltre protettiva marnoso-arenacea (Formazione del Flysch) che copriva i sottostanti calcari. Questa formazione, oggi osservabile ai margini del Carso triestino e di cui in alcuni settori ne costituisce il naturale limite, trae origine da una sedimentazione influenzata da apporti terrigeni dovuti alla vicinanza di terre emerse ed avvenuta durante l’ultima fase di dominio marino, prima della definitiva emersione; la sua scomparsa è legata a fenomeni di scivolamento gravitativo, dovuti all’innalzamento dell’area, ed erosivi.
L’esposizione paleontologica
I fossili rappresentano ciò che rimane delle antiche forme di vita, sia vegetali che animali, ed i prodotti della loro attività biologica (piste di spostamento, orme, coproliti). Generalmente sono rappresentati dalle parti scheletriche interne od esterne (gusci, ossa) che, avendo subito determinati processi soprattutto chimici, si sono potute conservare; eccezionalmente, in condizioni particolari, possono essere rinvenute anche le parti molli dell’organismo. Lo studio dei fossili è indispensabile sia per comprendere l’evoluzione e l’attuale sviluppo della biosfera, sia come punto di riferimento per la datazione delle successioni stratigrafiche, sia per l’identificazione degli antichi ambienti. La collezione paleontologica presso lo Speleovivarium comprende esemplari provenienti dall’area del Carso triestino e dalle zone limitrofe ed è ordinata secondo uno schema geocronologico. I reperti più antichi sono rappresentati da un’orma di dinosauro del Cenomaniano, proveniente dalla vicina costa istriana e da alcuni esemplari di piante e pesci provenienti dall’area di Komen (Comeno), anch’essi del Cenomaniano e testimonianti antichi ambienti lagunari; segue poi tutta la sequenza del Turoniano-Senoniano con i suoi più caratteristici rappresentanti indicatori di ambienti tipici di scogliera, quali Neithea lapparenti, Chondrodonta johannae, Radiolites sp., Hippurites sp., ed altri, provenienti da varie località del Carso triestino e della penisola istriana: alcuni esemplari, totalmente estratti dalla matrice, sono stati esposti in posizione fisiologica per facilitare la comprensione del loro modo di vita. A tal riguardo è fondamentale l’importanza che alcuni di questi organismi hanno avuto nella formazione delle rocce stesse: in particolare quelli noti genericamente con la denominazione di “Rudiste” ed i cui resti scheletrici in taluni strati rocciosi ne rappresentano di gran lunga il principale costituente. Segue la sequenza del Paleocene e dell’Eocene rappresentata da esemplari di Stomatopsis sp. e foglie del Liburnico (piano caratteristico di quest’area, istituito dallo Stache) indicanti ambienti lagunari e salmastri, e Nummuliti, Assiline, Coralli, Lamellibranchi, Gasteropodi, Echinidi (Conoclypeus conoideus, Echinolampas lucianii, Schizaster sp.), Crostacei (Harpactocarcinus sp.) dell’intervallo Luteziano medio-Priaboniano inferiore, testimonianti ambienti di mare nuovamente più aperto. Alcuni esemplari di Paleodictyon sp. nel Flysch del Luteziano medio triestino rappresentano le ultime testimonianze di vita marina prima dell’emersione del territorio, dovuta alle spinte dell’Orogenesi Alpina. L’esposizione paleontologica si conclude con una vetrina dedicata ai fossili del Quaternario che, nell’area del Carso triestino, sono rappresentati soprattutto da resti depositatisi in grotte ed in caratteristiche brecce ossifere; nelle suggestive ricostruzioni di questi particolari ambienti continentali di sedimentazione, per le quali sono stati rigorosamente usati materiali originali (quale ed esempio l’argilla dei depositi pleistocenici delle grotte), e il calco di un cranio completo di Ursus spelaeus.
Per meglio inquadrare il significato rappresentato dai reperti paleontologici, la sala è dotata di pannelli esplicativi.
Carsismo: le concrezioni
I fenomeni carsici sono legati all’azione dissolutiva che l’acqua esercita sui calcari, sia in superficie (carsismo epigeo) che in profondità (carsismo ipogeo). La superficie calcarea viene così modellata nelle forme tipiche dei paesaggi carsici sia nelle macroforme (doline, campi solcati o Karrenfeld) sia nelle piccole forme di corrosione (vaschette di corrosione o Kamenitze, scannellature o Rillenkarren, solchi a doccia o Rinnenkarren, fori di dissoluzione, crepacci carsici). I vani sotterranei (cavità o grotte) sono altresì il risultato dell’azione corrosiva dell’acqua in profondità e ben caratterizzano le regioni calcaree. Anche tutte le forme di concrezione (stalattiti, stalagmiti, colonne, coltrine, colate cristalline, dighe calcitiche o gours) presenti nelle cavità sono dovute all’azione dell’acqua. Il Carbonato di Calcio (CaCO3), insolubile nell’acqua, viene attaccato dall’acqua meteorica (H2O) contenente disciolta Anidride Carbonica (CO2) presente nell’atmosfera: ciò ne provoca la trasformazione in Bicarbonato di Calcio (Ca 2HCO3), che dalla superficie scende in profondità sino ad intercettare una cavità. L’Anidride Carbonica, a contatto con l’atmosfera del vano, evapora consentendo la precipitazione di Carbonato di Calcio che, insolubile, permette il formarsi di strutture concrezionarie. La collezione di concrezioni esposta allo Speleovivarium comprende una vasta gamma delle forme più tipiche riscontrabili nelle cavità del Carso triestino. Interessante notare, sulla volta della sala, alcune stalattiti sviluppatesi spontaneamente e tuttora in fase di crescita.





