Speleologia:
la storia, la tecnica e l'attività
A cura di Luciano Longo
Una superficie di oltre 40 metri è stata dedicata alla Speleologia ed alla sua storia. All’inizio della sala una serie di pannelli, con riproduzioni di stampe risalenti all’inizio dell’800, illustrano i resoconti delle esplorazioni compiute dai primi avventurosi che si calavano nelle grotte. Lo stile tra il fantastico e l’immaginifico sono ben evidenti in questi disegni ed è ben concepibile come, da simili documenti, il mondo ipogeo divenisse sede di draghi, streghe e di quant’altro di orrido si riuscisse a trovare. Una serie di fotografie che documentano il modo di andare in grotta negli anni cinquanta assieme a del materiale speleologico più vecchio, anni venti-quaranta, fra cui particolarmente interessanti sono un elmo della 1ª Guerra Mondiale con portacandela ed una scala in legno con cavi d’acciaio del diametro di 10 millimetri, portano il visitatore alla sezione dedicata alla Speleologia degli anni settanta-ottanta. Questo periodo viene illustrato attraverso l’esposizione di materiali, foto e di un manichino riproducente uno speleologo. È subito chiaro come in questi anni i materiali e le attrezzature si siano evoluti e da oggetti frutto della fantasia e dell’esperienza di singoli, siano diventati oggetti di produzione industriale di affidabilità e comfort sicuramente ben maggiore di quelli precedenti e tali quindi da permettere un notevole salto di qualità alle esplorazioni. Evidente, ad esempio, è la differenza fra la scala usata negli anni cinquanta e quella quì esposta; gli elmi militari hanno lasciato il posto a caschetti in materiali più leggeri e resistenti dotati di impianti a “carburo”, allora ancora di tipo artigianale; l’acciaio dei moschettoni e di altri oggetti incomincia ad essere sostituito dalle leghe di alluminio, di peso ben minore; le tute in questi anni erano, come quella indossata dal manichino, in P.V.C. materiale impermeabile ed antistrappo. La comparsa dei discensori, “aggeggi” che permettono la discesa nei pozzi usando solamente le corde, sveltiscono queste manovre con evidente minor affaticamento degli esploratori mentre l’entrata in uso degli “autobloccanti”, che permettono l’eliminazione della cosiddetta “sicura a spalla” lenta e macchinosa per la necessità di far ridiscendere la corda sino alla base del pozzo ad ogni risalita, hanno fatto compiere alla speleologia un notevolissimo balzo verso le attuali tecniche di discesa e risalita su sola corda, le uniche che permettono le attuali esplorazioni ipogee oltre i meno 1000, che sono visibili su un secondo manichino.
Sul lato opposto di questa sala si trova la sezione dedicata alla Speleologia Subacquea. Gli speleologi hanno iniziato le loro esplorazioni in cavità sommerse, attorno agli anni cinquanta, usando dei materiali di derivazione militare: gli A.R.O. (Auto Respiratori ad Ossigeno), come quello indossato dal manichino, mediante questi apparecchi l’aria respirata era sempre la stessa e veniva filtrata ed arricchita di ossigeno, contenuto nel bombolino, all’interno del “sacco polmone” e da qui rimessa in circolo. Questa apparecchiatura non permetteva di raggiungere grandi profondità (max 10 metri) e la fragilità del sacco polmone, costruito in gomma, non ne facevano certamente il mezzo ideale per le esplorazioni speleosubacquee. Il trascorrere degli anni ed i conseguenti progressi tecnologici aiutò, come nel caso degli speleologi, anche gli speleosub e la comparsa degli A.R.A. (Auto Respiratori ad Aria) più comunemente conosciuti come “bombole” assieme alla migliore qualità delle mute e degli erogatori, permisero la prosecuzione delle esplorazioni in cavità sommerse sempre più profonde e lunghe. Come una reazione a catena, queste maggiori opportunità diedero luogo a maggiori esperienze quindi ad ulteriori miglioramenti sino a giungere alle sofisticatissime apparecchiature dei giorni nostri. Oggi respiratori caricati a varie miscele di gas e regolati, nel dosaggio a seconda della profondità e della durata dell’immersione, da computer applicati agli erogatori, permettono esplorazioni come quella effettuata da speleologi di tre nazioni negli anni 1990-92 alle foci del fiume Timavo, durante l’operazione Timavo Project. Nel corso di queste ricerche furono esplorati oltre 2 chilometri di gallerie sommerse e raggiunte profondità anche di 80 metri. I risultati di queste esplorazioni sono riportati nella planimetria esposta assieme a varie foto ed agli altri reperti.
In questa panoramica sulla speleologia non poteva mancare uno spazio dedicato all'Abisso di Trebiciano, la cui storia meriterebbe un museo a parte; questo abisso del Carso triestino, con i suoi 350 metri di profondità compresa la parte sommersa, per molti anni detenne anche il record mondiale di profondità. La cavità fu scoperta nel 1840, periodo in cui Trieste era in piena espansione e di conseguenza bisognosa d’acqua, da Federico Lindner che da anni si dedicava alla ricerca di una cavità che gli permettesse di raggiungere il percorso sotterraneo del Timavo nei pressi della città onde poterne sfruttare l’acqua. Un improvviso e violento nubifragio nella zona di Vreme, tratto in superficie del fiume oggi in Slovenia, e la conseguente onda di piena che percorse le viscere del Carso, fece scorgere, sul fondo di una dolina nei pressi dell’abitato di Trebiciano, un’apertura dalla quale fuoriusciva un violento getto di vapore acqueo. Il Lindner diede inizio, certo di essere sulla strada giusta, ad un audace lavoro di scavo coadiuvato da operai del luogo. Allargando pozzi e cunicoli giunse a quota -220 dove il rinvenimento di una pala di un mulino di Vreme confermò l’esattezza delle sue teorie e diede nuovo impulso ai suoi scavi che lo portarono il 6 aprile 1841 a scendere le sabbie di una immensa caverna sul cui fondo si trovava un grande lago. Il Timavo era raggiunto e la caverna fu successivamente dedicata al suo scopritore. Data l’importanza della scoperta si diede subito inizio a lavori atti a dotare la cavità di scale e ripiani in modo da permettere la discesa a studiosi anche non avvezzi alle avventurose discese speleologiche. A illustrare questo periodo vi sono alcuni pannelli e riproduzioni dei primi rilievi della cavità di cui uno in Klafter Viennesi (unità di misura metrica usata all’epoca) che mostrano come ancora in quel tempo gli autori scivolassero più nel pittorico e fantastico che nel tecnico. Dal 1842 al 1913 le scale vennero rifatte per ben sei volte, l’ultima delle quali totalmente e usando un legno particolarmente adatto all’ambiente umido (pitch pine), ma non si riuscì mai a far risalire l’acqua del Timavo in superficie. Oggi di quelle scale rimangono soltanto i 20 metri che portano nella caverna Lindner a dimostrazione del l’immane lavoro allora svolto. Nel 1975 i soci della Società Adriatica di Speleologia, constatata l’assoluta precarietà delle vecchie scale iniziò, con l’intento di una successiva sostituzione, la bonifica dell’intera cavità con l’abbattimento di tutto il materiale pericolante e la pulizia di pozzi e cunicoli. Purtroppo, a causa della mancanza di fondi, solamente nel 1990 l’operazione fu conclusa con la costruzione della “Ferrata Adriatica” e tutte le vecchie scale sostituite con altre nuove in ferro zincato.
Nel corso di questi anni, comunque, le ricerche sia scientifiche che esplorative non si erano fermate. Già nel 1953 il prof. Walter Maucci si era immerso nelle acque del Timavo esplorando il sifone d’entrata del fiume. Nel 1977 una spedizione della Società Adriatica di Scienze Sezione Geo-Speleologica, attuale Società Adriatica di Speleologia, permise alla squadra di speleosub di esplorare e rilevare strumentalmente sia il lago Boegan quanto il sifone che lo collega al lago Timeus ed il lago stesso. Di tutti questi lavori e queste ricerche un’esauriente documentazione fotografica illustra ai visitatori quanto fatto dagli speleologi della S.A.S. Un grande e dettagliato rilievo della cavità fa da sfondo ad alcuni reperti qui esposti e riguardanti i livelli per misurare l’altezza dell’acqua nel lago Boegan e le putrelle di sostegno alle vecchie scale concludono lo spazio dedicato alla Grotta di Trebiciano.







