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Speleologia Urbana, esplorare il sottosuolo cittadino

A cura di Paolo Guglia


Si prosegue nel percorso espositivo arrivando in un’area espositiva dedicata ad un argomento che ha sempre destato particolare interesse e fascino: la speleologia urbana

Con questa definizione si indica quel particolare settore dell’attività Speleologica che rivolge le proprie ricerche non a grotte naturali, ma ad ambienti scavati dall’uomo nel sottosuolo. Anche a Trieste, come molte altre città, il fenomeno delle cavità artificiali si presenta notevolmente esteso e comprende un elevato numero di manufatti realizzati nell’arco di oltre 2000 anni. Dal 1982, la Sezione di Speleologia Urbana della Società Adriatica di Speleologia opera sistematicamente nello studio e catalogazione delle opere ipogee esistenti in ambito regionale, con particolare riguardo a quelle presenti nella provincia di Trieste. I vari pannelli espositivi presenti allo Speleovivarium descrivono, attraverso copie di articoli apparsi sui giornali locali, schede esplicative, fotografie e mappe, le principali esplorazioni effettuate in questi ultimi anni, con particolare riferimento alle ricerche riguardanti i sotterranei del centro storico, le opere per l’approvvigionamento idrico della città ed i ricoveri civili e militari risalenti al secondo conflitto mondiale. 

Una parte di materiale esposto riguarda le indagini svolte nei sotterranei di Santa Maria Maggiore, la famosa chiesa triestina dove la tradizione popolare vuole abbia operato un tribunale dell’Inquisizione. Sono raccolti in una vetrina alcuni reperti ritrovati durante i lavori di vuotatura del “Pozzo delle Anime”, manufatto seicentesco che si apre proprio all’interno dei sotterranei della chiesa. Fra i materiali di riempimento sono stati rinvenuti numerosi cocci di ceramica riferibili ad un periodo compreso fra il 1600 ed il 1800, gli stampi lignei utilizzati per la realizzazione degli stucchi che decorano l’edificio e piccoli oggetti appartenuti a chi, a vario titolo ed in tempi diversi, ha percorso questi oscuri vani. È possibile osservare, ad esempio, un piccolo crocifisso d’argento, perso chissà quando nei sotterranei da qualche frate del vicino Collegio. 

In un altro settore dell’esposizione vengono affrontate le ricerche effettuate all’interno del castello di S. Giusto, la principale opera difensiva della città di Trieste, ricca di casematte e di passaggi sotterranei. Anche se non è stato possibile rintracciare alcuna pervietà ipogea che attualmente esca all’esterno delle possenti mura dell’edificio, sono descritti nei pannelli allestiti allo Speleovivarium, attraverso fotografie e rilievi, i numerosi corridoi, camere e pozzi che ancora oggi si sviluppano all’interno dei bastioni perimetrali dell’opera fortificata. Fra i vari argomenti trattati, non potevano mancare immagini e brevi testi relativi alle cavità artificiali sotterranee legate all’acqua numerose sono state infatti le esplorazioni effettuate in gallerie di captazione e cunicoli per il trasporto idrico, costruzioni che abbracciano un vasto periodo di tempo, che inizia con l’epoca romana (acquedotto di Bagnoli) e si conclude all’inizio di questo secolo con gli ultimi prolungamenti dell’acquedotto Teresiano (galleria Secker-Tschebull). A tale proposito merita ricordare che viene esposto allo Speleovivarium un frammento di tubazione in legno risalente alla fase iniziale di utilizzo delle gallerie settecentesche dell’acquedotto Teresiano. Particolare attenzione è stata riservata, durante le ricerche, alle visite dei “torrenti coperti”, estesa e complessa rete di gallerie che ancora oggi drena al mare l’acqua piovana che si raccoglie fra i colli su cui è adagiata la città. Questi ambienti, spesso ricchi di concrezioni ed in alcuni casi dall’aspetto estremamente suggestivo, sono sicuramente quelli che più hanno affascinato gli speleologi durante le loro esplorazioni. 

Quando si parla del sottosuolo urbano bisogna fare necessariamente riferimento anche alle costruzioni belliche realizzate in tempi relativamente recenti. Trieste può vantare a proposito un notevole numero di opere sotterranee, sia di origine civile che militare, che interessano tutto il centro abitato. L’esplorazione di questi vani, ampiamente documentata in vari pannelli espositivi, ha permesso di definire gli esatti sviluppi di questi importanti manufatti che, per le loro caratteristiche e dimensioni, spesso ben si prestano ad un eventuale ri-fruizione. Le varie sale dello stesso Speleovivarium, ricavate all’interno di un rifugio antiaereo civile della seconda guerra mondiale, dimostrano come ambienti dimenticati ed inutilizzati possono talvolta essere ottimamente recuperati per avviare iniziative di carattere didattico/museale. 

Un argomento di particolare interesse è stato sicuramente anche quello relativo alle esplorazione subacquee effettuate all’interno di pozzi e cisterne: come documentato dalle fotografie e dagli articoli tratti dalla stampa locale, esperti speleosub si sono calati svariate volte nei manufatti per la raccolta dell’acqua, svelando, in condizioni spesso disagiate, la morfologia e le tecniche costruttive delle opere ipogee visitate. 

I risultati esplorativi raggiunti dalla Sezione di Speleologia Urbana della SAS hanno contribuito in modo decisivo all’avvio operativo del Catasto Cavità Artificiali del Friuli Venezia Giulia, coordinato a livello nazionale dalla Società Speleologica Italiana. L’elaborazione di tali dati ha permesso inoltre di tracciare una topografia della città esposta presso lo Speleovivarium assieme alla relativa legenda, che descrive tutte le pervietà ipogee presenti nel sottosuolo di Trieste. Pur non essendo il fenomeno esteso come in altre città italiane (ad es. Napoli, Roma, Orvieto, ...), è possibile osservare come tutto il territorio urbano sia comunque attraversato da una estesa rete di gallerie di varia origine e come, in particolare nel centro storico, vi sia una notevole concentrazione di cavità artificiali. Dal materiale esposto allo Speleovivarium, emerge con chiarezza come la speleologia urbana sia oggi una realtà ben avviata ed in continua crescita. Questa attività multidisciplinare di studio e ricerca permette di documentare quanto ancora esiste dei numerosi manufatti ipogei realizzati dall’uomo nel sottosuolo delle nostre città. Ciò permette non solo di considerare le cavità artificiali secondo una moderna interpretazione di bene culturale, ma mira anche ad una loro conservazione in un piano generale di salvaguardia dei centri storici urbani. In alcuni casi particolari, poi, è possibile avviare degli specifici progetti di ripristino e riutilizzazione, con recupero mirato degli ambienti sotterranei sia a fini turistici che per attività culturali.